Mike D'Antoni, parla il papà della small ball

Mike D'Antoni

Un primo piano di Mike D’Antoni, il padre della small ball ora in gran voga nell’Nba

Mike D’Antoni l’opening night dell’Nba se l’è probabilmente vista comodamente seduto sul divano della sua casa in West Virginia. O chissà, magari spolverando i suoi amati bastoni da golf – quelli che lo hanno portato ad essere 10 di handicap -.

Mike D’Antoni, avrà certamente ammirato il quarantello che Steph Curry ha amorevolmente recapitato al suo ex assistente (nonché assistente del “nostro”) Alvin Gentry, per non parlare della stoppatona che Pau Gasol  ha rifilato a sua maestà LeBron James per siglare la vittoria dei suoi Chicago Bulls contro i vice campioni Nba, i Cleveland Cavs. Oppure, perché no?, lo sgambetto che i Detroit Pistons hanno fatto ai quotati Atlanta Hawks a domicilio.

Mike D’Antoni, più che una panchina, ha, al momento, un divano su cui adagiarsi. Eppure Mike D’Antoni è ben presente nella lega di pallacanestro più famosa del mondo. Il suo “7 seconds or less” si è evoluto: è diventato small ball o Morey ball. Il primo, sublimato l’anno scorso dai Warriors, ha mandato in visibilio analisti e tifosi. La seconda, a Houston, ci stanno ancora lavorando, ma non sono lontani dal raggiungere il top.

Il fatto è che se non ci fosse stato Mike D’Antoni e i suoi Phoenix Suns, probabilmente, oggi, non staremmo qui a stropicciarci gli occhi di fronte a certe giocate e non sprecheremmo, tempo, e “polpastrelli” nell’analizzare l’evoluzione del gioco, le sue pieghe, il “dove si andrà”. 

Jake Fisher, di si.com ha strappato a D’Antoni una lunga intervista. Lì dentro c’è tutto. C’è il grande credito alla pallacanestro europea, anzi, scusate, italiana (perché D’Antoni in Italia è diventato una leggenda come giocatore dell’Olimpia Milano – che ha ritirato la sua maglia l’anno scorso – ed ha allenato e vinto con uno stile di gioco ben definito. Il suo), che ha formato e rafforzato le sue idee di una pallacanestro veloce, spettacolare ed efficace. Il trasportare queste idee ad un livello di sfida cestistica più alto come è l’Nba. Le sue idee sull’evoluzione del gioco e l’ammirazione per Stephen Curry ed i Golden State Warriors, per ciò che hanno raggiunto, sviluppando quel tipo di pallacanestro di cui i video di questo post ne sono testimonianza.

Di seguito trovate la traduzione integrale in italiano dell’intervista rilasciata a Fisher.

Qui, invece, il link alla versione originale.

Tuo papà è stato allenatore di high school, le sue squadre giocavano “piccolo” e veloce?

«Si, giocavano veloce. Credo che la questione qui sia quella di cercare di sfruttare al meglio le caratteristiche dei giocatori a disposizione. E’ sempre stato uno stile di pallacanestro improntato al contropiede. Quando sono andato a Marshall (University) abbiamo giocato nello stesso modo. Eravamo una squadra strana. Il nostro centro era alto 1.95 e l’ala 2.08 ma tirava da fuori. Correvamo su e giù per il campo. Ho giocato per un po’ per coach Doug Moe (per anni capo allenatore dei Denver Nuggets) e anche le sue squadre giocavano correndo molto. Ho giocato nell’ABA. Anche lì, stessa situazione: si correva allo sfinimento. Sono cresciuto in squadre che andavano forte. Inoltre la linea da tre punti ha cambiato tutto e la capacità dei giocatori di segnare da oltre l’arco ha modificato il modo in cui si attacca il canestro. Detto ciò sono stato sostanzialmente “scolarizzato” a giocare un basket improntato al contropiede».

In che modo gli anni trascorsi in Europa hanno influenzato il tuo modo di allenare una volta passato in panchina?

«Credo che per il fatto che la linea da tre punti fosse più vicina rispetto a quella dell’Nba e che ci fossero tiratori migliori mi ha fatto capire in modo netto che tipo di arma potesse essere il tiro dall’arco. Inoltre i giocatori europei erano tecnicamente più preparati (rispetto a quelli statunitensi) e questo mi ha permesso di sperimentare ulteriormente e sviluppare tematiche tecniche che se fossi diventato immediatamente capo allenatore nell’Nba non avrei sviluppato e, probabilmente, non mi sarei permesso di rischiare. Non avrei pensato in modo anticonvenzionale. Magari avrei fatto tutto quello che facevano i miei colleghi e facendo così non sarei stato licenziato. Ma allenare in Europa mi ha permesso di sperimentare. In più ho avuto la fortuna di avere giocatori che in alcune squadre erano perfettamente in grado di applicare la mia filosofia».

Il primo anno a Phoenix ha avuto subito molto successo. Un po’ come capitato a Steve Kerr quest’anno a Golden State. Si è rivisto in lui?

«Si e penso che il gioco dei Warriors ricordasse molto quello dei miei primi Suns. Hanno Stephen Curry che può tirare come, se non meglio, di Steve Nash ed hanno giocatori con caratteristiche simili a quelli che avevo a disposizione io. Draymond Green, per esempio, può marcare i lunghi così come i piccoli e gioca in modo simile a Shawn Marion. Ognuno ha i propri punti di forza e quelli deboli, nonché un proprio stile di gioco, però le similitudini con lo stile che abbiamo provato a introdurre a Phoenix ci sono eccome».

Nel momento in cui Steve (Kerr) ha messo assieme il suo playbook l’anno scorso, le ha chiesto un parere?

«No. Gli ho parlato quando sono iniziati i play off. Ma lui è un grande allenatore e Alvin Gentry (ora capo allenatore a New Orleans, nda) era al suo fianco così come lo è stato per tutto il periodo in cui sono stato a Phoenix. Erano perfettamente consci di quello che pensavo e come lo pensavo. Non hanno veramente dovuto chiedermi alcun parere specifico».

Da fuori che impressione ha avuto dell’intera serie finale? (Vinta dai Warriors sui Cleveland Cavs per 4-2)

«Innanzitutto me la sono goduta da puro tifoso. La fortuna di ammirare alcuni dei migliori in circolazione. Stephen Curry, Klay Thompson e Draymond Green hanno alzato in modo verticale il loro livello di gioco. Davvero, come tifoso del gioco della pallacanestro, è stato una gioia vederli giocare. Sono stati dei grandi play offs e mi aspetto di vederne altri ancora di questo tipo».

C’è sempre stata questa cosa per cui i suoi Suns non erano una squadra difensivamente in grado di dettare l’esito di una partita. Crede che la corsa dei Warriors sia stata ancor più degna di nota proprio per questo? Cioè la capacita di abbinare una grande difesa a un attacco ad alto ritmo e “piccolo”?

«Si credo di si. E il merito, penso, debba essere dei ragazzi che formano la squadra. Hanno dei grandi difensori. Per quanto riguarda Phoenix, credo che si sia costruita una cattiva nomea su di noi. Sono convinto che quei Suns difendessero molto meglio di quanto la gente abbia pensato e commentato sul fatto che senza una difesa tosta non si potesse vincere. E’ su questo che continuano a insistere. Però siamo stati veramente vicini al vincere qualcosa, semplicemente le cose non hanno girato per il verso giusto. Bisogna dare credito ai Warriors, hanno portato una certa filosofia ad un livello più alto. Hanno vinto 67 partite in regular season, che è una cosa incredibile. Sono stati continui per tutta la stagione».

Proseguendo su questo filone, quando Alvin Gentry disse dopo gara 6 “Dite a Mike D’Antoni che è stato vendicato”, come si è sentito?

Alvin Gentry Mike D'Antoni

Alvin Gentry, discepolo di D’Antoni e nuovo allenatore dei New Orleans Pelicans

«Beh, Alvin mi fa sentire sempre bene. Alvin è un grande e non doveva sentire il bisogno di dire alcunché. Poi, certo, mentirei se ti dicessi che la cosa non mi abbia fatto piacere ed è stato un gesto molto carino da parte sua. Comunque non mi sono sentito vendicato, se è quello che vuoi sapere. Ero semplicemente contento per lui e per un gruppo di ottimi ragazzi che aveva appena vinto».

Ci sono ormai tantissime squadre nell’Nba che hanno pienamente abbracciato i concetti e le strategie della small ball. Ha mai pensato che una cosa del genere prendesse così piede nell’Nba? Pensi solo agli Indiana Pacers che hanno sostanzialmente liquidato Roy Hilbert perché non vogliono più giocare con un centro tradizionale…

«Beh, diciamo che questa lega è sempre stata una di quelle dove ciascuno copiava qualcosa da qualcun altro. Sono sicuro che qualcuno, in futuro, si inventerà una nuova tendenza e tutti lo seguiranno. Semplicemente è l’evoluzione del gioco. Sono cambiate le regole e sono cambiate le capacità dei giocatori di tirare da tre punti, di spaziarsi meglio sul campo. Ora ci sono ali pivot che hanno la capacità di andare a giocare ben oltre la linea dei tre punti – anche i centri adesso sanno tirare da quella distanza – . Il gioco è cambiato e la gente giustamente segue questo trend. Penso che le cose si sarebbero evolute in questo modo, era solo questione di tempo. Il fatto è che la vittoria di Golden State, giocando in quel modo, con quello stile di pallacanestro, ha mandato un messaggio a tutti e per batterli gli altri, adesso, si devono adeguare. Penso sia un’ottima cosa. Chiaramente sono di parte, visto che mi piace questo stile di pallacanestro. Mi piace guardarlo. E’ eccitante e sono convinto che i tifosi lo apprezzino. Cerchi di vincere facendo divertire il pubblico e i Warriors hanno centrato entrambi gli obiettivi».

Ho letto della sua conferenza che ha tenuto a Las Vegas durante la Summer League, dove ha sostenuto, essenzialmente, che incentrare l’attacco di una squadra su un giocatore di post basso costantemente con le spalle a canestro sia, offensivamente, un’opportunità persa. Perché pensa in questo modo?

«Se guardi alle statistiche che circolano in questa lega, noterai che un tiro dal post non è un buon tiro (ride). Semplicemente non lo è. Però ancora, nel nostro mestiere e in queste leghe, spesse volte tu dici una cosa e la gente la prende pedissequamente per il suo significato: ci saranno sempre giocatori di post e ci saranno sempre tiri presi dal post. Semplicemente non sono più i tiri migliori che si possano prendere. I migliori sono lay ups, tiri liberi e tiri da tre punti. Così che, tu, allenatore, cerchi di disegnare un attacco che cerchi di massimizzare le opportunità di prendere quei tre tipi di tiro. Poi le squadre cercano di portarti dove non vuoi: contrastano il tuo tiro da tre punti, così che devi andare vicino a canestro, oppure si può creare un mismatch sotto canestro e, tu squadra che hai la palla in mano, non puoi non andare ad esplorarlo (se sei ben allenata ed hai giocatori intelligenti, nda). Ma cercare scientemente il lungo in post, marcato dal tuo miglior difensore di post, non è più la migliore opzione che ci possa essere nel gioco. Non lo è proprio più».

Quindi ci vuoi dire che il tipo di gioco degli Houston Rockets (che nei circoli Nba viene chiamato “Morey-ball” dal giemme di Houston, Daryl Morey, uno che – come già accade da anni nel baseball – costruisce le squadre dando grandissima importanza agli analytics: le statistiche avanzate, nda) è una diretta evoluzione del suo attacco seven seconds or less?

«Non lo so. Credo che abbiano (Gli Houston Rockets) studiato molto attentamente gli analytics e che abbiano visto ciò che era estremamente efficace da un punto di vista matematico riuscendo poi a tradurre questa cosa nella possibilità di assemblare una squadra in cui quelle caratteristiche fossero il suo punto di forza. Ci hanno creduto, portando la cosa a un nuovo estremo. Ben più di quanto abbia fatto io! (ride). Ci credono veramente tanto. Vedremo. E’ ovvio che quando hai molte squadre che seguono questo percorso, va da sé che una di quelle è molto probabile che vinca. Quando abbiamo iniziato noi giocando questo stile di pallacanestro eravamo veramente gli unici e per il fatto che non abbiamo vinto il titolo – vincere il titolo non è proprio una cosa facilissima – la gente aveva già emesso il suo verdetto, ossia che il sistema non funzionava. Ma quello non era il caso, era perché avevamo avuto molti infortuni, oppure che non eravamo bravi abbastanza. Golden State ha dimostrato che si può giocare in quel modo, che è poi come giocano gli stessi Rockets, e vincere. Credo che questo renda validi e credibili molti di questi concetti adesso».

In molti circoli Nba si ritiene che la successiva evoluzione della “small ball”, sarà quella di una pallacanestro senza posizioni predefinite. Le sue squadre e la Golden State vittoriosa dello scorso campionato, giocavano “piccolo”, mantenendo, però, ruoli e posizioni definite in campo, sia difensivamente che offensivamente. Cosa pensi di questo concetto di un basket senza ruoli definiti?

«Credo che ci saranno sempre ruoli definiti. Alcuni giocatori dovranno necessariamente fare determinate cose. Ci saranno ruoli, ma questi si evolveranno nel corso del tempo. Il 5, per esempio, dovrà essere in grado di saper giocare scientemente sul perimetro. Credo che arriveremo a un punto in cui ogni 5 sarà in grado di tirare da tre punti. Credo, inoltre, che arriveremo a un punto in cui ogni giocatore sarà in grado di trattare la palla, condurre il contropiede o, anche solo semplicemente, far partire l’azione offensiva dal palleggio. Alcuni ruoli diverranno ibridi , altri cambieranno, ma sono convinto che, almeno per un po’, i giocatori che sanno fare meglio determinate cose rispetto ai loro compagni manterranno sempre un ruolo ben definito».

Hai lavorato a stretto contatto sia con Steve Kerr che con Steve Nash in Phoenix. Quanto è unfair per le altre squadre Nba che Stephen Curry potrà lavorare al fianco di Nash adesso? 

Steve Nash Mike D'Antoni

Steve Nash, nuovo “tutor” di Steph Curry a Golden State

«(Ride). Il ragazzo (Curry, nda) è già un bel po’ buono, ma non credo gli farà male un aiuto di questo tipo. E sono convinto che Nash sarà in grado di darglielo – penso che la fortuna di Steve sia quella che Steph è già lì, in squadra -. Steve è sempre stato un professionista con la P maiuscola, sempre in grado di mettersi nelle condizioni di giocare al meglio ogni sera. Per quanto mi riguarda, quella è stata la sua forza e credo che sarà in grado di dimostrare le sue abilità anche in questo nuovo ruolo. Non ho idea di quanto Steph sarà in grado di imparare, ma i suoi compagni di sicuro lo faranno, e Steve farà certamente un gran lavoro».

Tutti dicono che il loro gioco è così simile, ma, secondo lei, quali sono gli aspetti in cui Steve eccelleva, che Steph deve ancora migliorare?

Stephen Curry Mike D'Antoni

Steph Curry con quel mito di sua figlia

«Sinceramente non conosco Steph così bene da poterlo dire in dettaglio, ma sicuramente il pick and roll e come possa attaccare con costanza ed efficacia partendo da lì, è una cosa che potrebbe prendere in considerazione. Ma, di nuovo, Stephen Curry è uno dei migliori dell’Nba e probabilmente uno dei migliori di tutti i tempi quando tutto sarà finito. Ci sono piccoli dettagli, aspetti del gioco, che potrebbe apprendere da Steve, assieme al cumulo di esperienza che si farà. E’ un giocatore intelligente, Steph, e più andrà in là con gli anni, più accumulerà esperienza e più diventerà forte: il che fa anche una certa paura. Ma sono sicuro che ci saranno aspetti che sarà in grado di migliorare perché poi non sai mai realmente cosa un giocatore può apprendere e ciò che è capace di fare o non fare. Ma, per concludere, per Steph questa è comunque una grande opportunità».

Un’altra cosa che può essere alquanto spaventevole è Anthony Davis inserito nel sistema che Alvin Gentry introdurrà a New Orleans. Che cosa ti aspetti da uno dei tuoi più ferventi discepoli con a disposizione una delle possibili “armi totali” della Nba del presente e dei prossimi anni?

«Beh, innanzitutto penso che Anthony (Davis) possa diventare il miglior giocatore della lega in due, tre anni. Credo sia una possibilità estremamente realistica. Sono convinto inoltre che col sistema che verrà installato, con la libertà e le doti a disposizione non potrà che essere uno degli artefici principali di quell’evoluzione del gioco di cui si parlava poc’anzi. Può giocare ala piccola, ala forte e centro. Può uscire e tirare da tre. Sarà bello vederlo maturare negli anni a venire, ma già adesso è uno dei grandi di questo gioco e sarà splendido vedere se potrà essere uno il migliore».

Vive ancora in California?

«No. Mi sono trasferito in West Virginia. Gioco moltissimo a golf e mi prendo cura di mio papà che ha 101 anni facendo in modo che stia il meglio possibile».

Quale è il suo handicap a golf?

«L’ho abbassato fino a 10 circa. Ci sto arrivando a dove voglio essere…»

Quest’estate è stato contattato dai Nuggets, quali sono i suoi piani a breve scadenza dal punto di vista professionale?

«Vediamo. Certamente sono disponibile a intraprendere nuovi progetti e ci sono moltissime cose che voglio fare. Mio fratello è capo allenatore a Marshall che è a solo due ore di macchina da dove vivo. Cercherò di andarlo a vedere il più possibile e se del caso dargli una mano e vedere come va. Vediamo cosa succederà, insomma».

Ma c’è ancora la voglia, forte, di tornare su una panchina?

«Certo che si. Amo la pallacanestro, e quando praticamente cresci facendo quello, quel sentimento non svanisce mai. Quindi, qualsiasi cosa mi verrà proposta in futuro, la valuterò attentamente. Sarò sempre coinvolto nella pallacanestro in qualche misura. Non si sa mai. Questa è una grande lega, ma è anche un po’ strana. Mi ha “trattato bene” e vedremo cosa mi riserverà il futuro e cosa accadrà».

Reference: Jake Fisher: “Mike D’Antoni Q&A: Nash-Curry, small ball and the future of NBA basketball”

Grissin Bon: è arrivata la prima... sveglia!

Grissin Bon… e così è arrivata la prima buccia di banana in campionato.

RESPONSABILITA’

  • Per prima cosa, una sana assunzione di responsabilità. Avevo scritto qui che a mio avviso, calendario alla mano, la Grissin Bon avrebbe potuto arrivare imbattuta fino alla settima di campionato, ossia la trasferta contro Venezia. Come chiunque ha potuto vedere ieri nell’anticipo pre prandiale di Sky Sport (per quelli che erano all’aperitivo o a mangiarsi una bella pasta allo Chic, possono recuperare qui), ho sbagliato il pronostico. Chiedo venia, ma aggiungo quello che diceva il grande Rino Tommasi: “I pronostici li sbaglia solo chi li fa”…
  • Bene, ora che abbiamo evaso gli aspetti, diciamo così, maggiormente personalistici, iniziamo a col sottolineare un paio di aspetti.

COMPETERE

  • A Capo d’Orlando la Grissin Bon si è dimenticata di fare quella cosa che il nuovo Commissario Tecnico della Nazionale statunitense di basket ripete ogni due per tre. Una sola parola, in cui però c’è l’essenza dello spirito di una squadra: COMPETERE. Gareggiare. Confrontarsi dando il massimo contro un avversario. Reggio, ieri, soprattutto nel secondo tempo, si è completamente dimenticata di farlo.
  • Ma soprattutto, che brutte facce che si son viste! Roba non da Reggio Emilia. Roba non da Grissin Bon.

    Stefano Gentile Grissin Bon

    Stefano Gentile, affondato in difesa come il suo collega De Nicolao

  • E al diesse della Grissin Bon, Alessandro Frosini, sono girati gli zebedei.  Ora, sul momento, lì per lì, quando ho letto le sue dichiarazioni ho pensato che avesse esagerato. Nonostante la sconfitta ho ritenuto ci fossero anche aspetti positivi di cui tener conto – e su cui ritorno dopo -. Dopodiché mi sono rivisto “mentalmente” la partita mi sono confrontato coi miei guru – quelli che hanno la pazienza di “insegnarmi” la pallacanestro – e sì, sono arrivato alla conclusione che Fro ha fatto bene ad incazzarsi. Certamente, per come conosco le dinamiche che albergano in via Martiri della Bettola, c’è tanto di suo ma c’è anche la volontà di convogliare ai giocatori un messaggio proveniente da più in alto… Se sei Reggio Emilia, se hai fatto una finale Scudetto, se giochi davanti un palasport (fatiscente e vetusto) costantemente tutto esaurito, se chi ti paga non manca l’assegno mensile (pratica che dovrebbe essere normale ovunque, ma si sa, in Italia si è professionisti nonostante firmato un contratto, una delle parti ad un certo punto smette di onorarlo…. sic transit), tu, giocatore che indossi quella maglia, hai il dovere di farti il mazzo ogni volta che scendi in campo. Hai il dovere di…. competere, appunto! Se non lo fai, ti arriva la sveglia . La difesa di Stefano Gentile e Andrea De Nicolao nel secondo tempo non è stata accettabile per gli standard che Reggio Emilia si aspetta. Con tutto la stima che posso avere per Tommaso Laquintana (personalità da vendere, capacità di fare un bel po’ di casino in campo altrettanta, ma anche una bella produttività) e il ben più scafato Vlado Ilievski, non è accettabile che i due sopracitati biancorossi osservino da ragguardevole distanza di sicurezza (…..) i due play di Capo d’Orlando far partire gli sputnik che il fisicatissimo (ma anche ingenuo) Alex Oriakhi ha tramutato in schiacciate tonanti. E la pressione sulla palla? E la voglia di abbassare il sederino e sbattersi un filo? Cos’è? Senza la presenza di papà RImantas (Kaukenas) che caccia due urla se qualcuno molla, ci si imborghesisce? Insomma, giusto il richiamo del diesse della Grissin Bon, anche se, come dicevo, le ragioni non sono solo da ricercarsi un atteggiamento soft da parte dei ragazzi.
  • C’è anche una ragione fisica e di stanchezza – anche se dopo quattro giornate fa un po’ specie dirla -da parte di alcuni elementi. Per esempio Achille Polonara è l’ombra del giocatore dirompente visto la passata stagione. Ma la ragione è semplice: PolonAir ha dato tutto quello che aveva per poter partecipare alla spedizione azzurra agli Europei di Francia e Germania. I mesi di preparazione e amichevoli sono stati vissuti come fosse un altro campionato per l’ala della Grissin Bon. Adesso paga, in termini di presenza, freschezza, esplosività e precisione. Bisognava – e bisogna – tenere in considerazione la cosa. Idem dicasi per Amedeo Della Valle, che ieri, a fronte di una buona applicazione difensiva – nel primo tempo – sulla palla, ha sparato a salve da tre e da due come le cifre testimoniano. Ojars Silins (o Scilins come ci ha fatto più volte orecchiare il buon Francesco Bonfardeci in quegli eccessi di zelo a cui si abbandonano ogni tanto quelli di Sky Sport) si vede che non è al top. Fatica a prendere ritmo. Fatica ad avere impatto fisico sulla partita. Il fatto che giochi quasi stabilmente da 4 (secondo me un progetto tecnico alla lunga deleterio per la sua carriera) non aiuta. E poi c’è la questione Darione. Darjus Lavrinovic avrebbe bisogno di una settimana di totale risposo. Zero partite. Solo allenamento. Si sta già trascinando per il campo e se si vede la curva di rendimento tra l’essere stato decisivo sabato scorso contro Cantù, all’essere poco più che un fattore a Berlino nella sconfitta della Grissin Bon in Eurocup, fino ad arrivare ad essere un non fattore ieri a Capo d’Orlando, si comprende bene che dopo solo un mese di campionato e coppa il miglior centro del campionato italiano (lo dico, lo confermo e volendo lo ribadisco) fatica a reggere un impiego esteso sul parquet.
  • Così accade che quel problema di leggerezza sottocanestro, notato già in Supercoppa, continua ad essere vieppiù confermato. E’ un fatto numerico. La coperta sotto canestro è corta. C’è durezza fisica e mentale, atletismo sufficiente ma scarsa profondità nel gestire ottimamente il doppio impegno coppa-campionato, tenuto conto che Adam Pechacek gioca brevi spezzoni di partita e incide il giusto. Lì sotto, continuo a sostenere, manca qualcosa e più vedo giocare Reggio e più me ne convinco.

    Max Menetti Grissin Bon

    Il coach della Grissin Bon Max Menetti medita su come mantenere alta la qualità del gioco biancorosso nonostante il doppio impegno Coppa-Campionato

  • Per tirare le fila del discorso: non appena è iniziata l’EuroCup la qualità del gioco della Grissin Bon è scemata. Non credo sia tutta questa casualità…

QUELLO CHE NON BUTTEREI 

  • Il primo tempo della Grissin Bon me lo terrei buono. In primis per non far diventare la prima sconfitta in campionato un motivo per recitare un de profundis totale. In seconda battuta, perché, obiettivamente c’è stato del buono senza tuttavia fare faville.
  • Credo che la Grissin Bon abbia fatto un lavoro più che discreto nel togliere le uscite sulla linea di fondo di Simas Jasaitis o Gianluca Basile. Situazioni, queste, che hanno letteralmente ucciso la Virtus Bologna – a domicilio – sette giorni or sono. Il lituano di Capo d’Orlando nel primo tempo ha fatto fatica a trovare le sue mattonelle (soprattutto negli angoli, in uscita dai blocchi sulla linea di fondo), e Reggio è stata molto brava a mandarlo fuori ritmo. In particolare ho visto una buona applicazione in questo da parte di Pietro Aradori, in una parte del gioco che non è certo la specialità della casa. Poi nel secondo tempo Jasaitis ha trovato altri modi per mettere punti a referto e la difesa di Reggio è finita nel tritacarne siculo/baltico.
  • La difesa sulla palla di Amedeo Della Valle – ne accennavo prima – mi è parsa migliorata. Migliorata la sua attitudine nel provare a tenere duro in retroguardia. Chiaro che se riuscisse ad allungare i tempi di applicazione mentale in questo fondamentale, sky is even more the limit per ADV.

IL BASO E JASAITIS 

Gianluca Basile

Gianluca Basile, per lui ieri sono state 500 partite in serie A. Ad maiora!

  • Per concludere. Gianluca Basile. Va beh, cosa c’è da dire? Nulla. Basta questo

Cosa mi emoziona a 40 anni? Quando entro in campo dal tunnel, la gente che urla è un’emozione. L’inno è un’emozione. Lo sport è un’emozione. Se non ti emozioni devi smettere. Io continuo ad emozionarmi, ecco perché gioco ancora

Canestro ne fa poco. Le gambe, alla giovane età di 40 anni a volte non lo sorreggono nei suoi tiri ignoranti  però, cuore, disciplina, dedizione son sempre lì. Il Baso è il Baso. Punto.

  • Jasaitis. Dopo averlo visto giocare contro la Virtus e contro la Grissin Bon sono pervenuto alla conclusione che in Lituania non esista un giocatore cestisticamente “stupido”.

Reggio "paura e delirio" in via Guasco

Reggio: prima la paura. Poi il delirio.

Morale della favola: 6 punti in campionato, leadership mantenuta, quelle energie risparmiate contro Avellino domenica scorsa, puf, buttate a mare nel doppio impegno settimanale tra EuroCup (Contro Brindisi) e Serie A, ieri sera contro Cantù.

SOFT

  • Dunque vediamo: è bastata la prima settimana con il doppio impegno coppa/campionato per vedere la difesa di Reggio raffazzonata anziché no. Male. Decisamente male. Due situazioni in particolare: la transizione difensiva. La difesa a difesa schierata, per i primi tre quarti di partita.
  • Transizione difensiva. Se uno conosce le squadre di Franco Corbani sa che a) fanno del contropiede un’arma fondamentale b) la transizione offensiva è quasi sempre spot on. Chi conosce le squadre di Franco Corbani sa, anche, che in generale un tiratore puro in squadra ce l’ha sempre. Alan Voskuil è stato un suo pretoriano prima a Piacenza e poi a Biella in Legadue. Brady Heslip è il Voskuil di Cantù – “con più testa” (cit.) – e ieri sera ha fatto pagare a Reggio ogni mancata identificazione nella transizione difensiva, ogni distrazione nel passare sui blocchi per liberarlo al tiro. Reggio, sempre per citare un vero e proprio pozzo di conoscenza cestistica cui mi abbevero, ha guardato tutti molto da lontano” e alla fine si è ritrovata sotto di 20. Possono essere energie nervose, può essere che adesso ci si allena di meno. Quest’anno, però, non ci sono scuse dal mio punto di vista. Un salto di qualità doveroso è preparare meglio i dettagli delle partite NONOSTANTE il doppio impegno.
  • Come però succede, contro un certo tipo di avversari, qualcuno in maglia Reggio passa sempre a pagare la cauzione. A volte con l’aiutino a volte senza. Questo giro l’aiutino è stato anche il tecnico che Tolga Sahin ha fischiato a Jared Berggren. Oh, può essere stato per fare il paio con quello – abbastanza fiscale – fischiato a Pietro Aradori qualche istante prima, ma diciamo che quello – soprattutto per il momento in cui è stato fischiato – ha decisamente rimesso in moto i biancorossi che con lo stesso Aradori hanno iniziato la rimonta dagli abissi del -21 in cui erano caduti.
  • Orbene, la cauzione dicevamo. E chi vuoi che siano quelli che la pagano a Reggio? L’enclave baltica, meglio, lituana anche questo giro ha segnato la via. Rimantas Kaukenas e Darjus Lavrinovic, due che alla riga “segni particolari” sulla carta d’identità hanno scritto refuse to loose (in lituano non so come si dica, apologies). 
  • Il primo, va beh, ha giocato un secondo tempo importantissimo, soprattutto sta sfruttando al massimo il gioco di blocchi che Reggio gli setta quando lo decide lui e che Egli sfrutta in tutti i modi possibili, essendo ormai un secolo che lo va ripetendo, nonché punendo l’avversario di turno.

    Darjus Lavrinovic Reggio

    Darjus Lavrinovic con la maglia dell’alma mater studiorum ceststici dello Zalgiris Kaunas

  • Il secondo, sinceramente, ieri sera ha fatto una partita da prendere, mettere in una teca e tirare fuori per farla vedere a tutti i giovani pivot che studiano per laurearsi nella difficile pratica del gioco sotto canestro. Il buon Darione ha scolarizzato anche l’ultimo degli steward di via Guasco: in difesa, menando come un grande ed essendo uno splendore nel venirne a casa solo con 4 falli fischiati contro (e 12 a favore…); in attacco distribuendo manciate di alka-selzer ai lunghi canturini, a cui ha dispiegato senza remore il manuale del gioco in post basso e alto: con tiri dagli scarichi, finta di tiro e partenza in palleggio per chiudere o prendere fallo, cianchettata e rimbalzo d’attacco, lettura del raddoppio e scarico al tagliante sotto canestro, e via così. Per non parlare, poi, dei quarti di campo che il duo lituano si spara a piacimento. Inizi a capirlo quando capo Rimantas inizia a parlare con fare deciso a Darjus in lingua madre. Quest’ultimo fa “si” col testone… e via che si va. Quarto di campo alla lituana: la ricetta è una, le variabili sono centomila, il risultato è generalmente identico.  La quantità di analgesici per gli avversari va alle stelle….
  • Personalmente temo solo una cosa: l’overusage. Per ora sia Kaukenas che Lavrinovic sono belli pimpantii. Si vede che stanno bene. Che siano dei cyborg da palestra è assodato. Però il chilometraggio indurrebbe ad una sana e accorta gestione. Certamente volare a -20 in casa contro avversari sulla carta “praticabili”, con apparente nonchalance, non aiuta la causa di Reggio.

    Andrea De Nicolao Reggio

    Andrea De Nicolao, con Bruno Cerella e Achille Polonara, ai tempi di Varese

  • Se la scorsa settimana avevo evidenziato che Andrea De Nicolao aveva giocato troppo rispetto al suo collega di reparto – sempre ovviamente in my humble opinion – questo giro l’ex veronese si è meritato ogni singolo secondo dei 24′ di utilizzo. Soprattutto nella ripresa, quando Reggio ha rimontato furiosamente, c’è stato lui a compiere le scelte giuste, a capire quando andare nord-sud e quando, invece, chiamare gli stagger per Kaukenas e dargli la palla in scanalatura. Sono segni importanti che evidenziano la qualità del giocatore. Che è buono. Poi Reggio non è piazza facile, ma non lo era neanche Verona l’anno scorso, per non parlare di Varese prima. Quindi…

A TESTA ALTA 

Brady Heslip

Brady Heslip con la maglia di Rhino Bighorns di NBDL. L’ex Baylor ha impressionato per le sue doti balistiche e di tecnica

  • Due parole su Cantù. Vista ieri, è una bellissima squadra. Ben allenata, da un allenatore bravo e preparato. Hanno avuto un inizio di stagione di quelli tosti con Capo d’Orlando in trasferta (Capo in casa è osso duro), poi Sassari e Reggio (le due finaliste dell’anno passato) in stecca. Adesso con Torino e Brindisi in casa hanno il dovere di iniziare a raccogliere i frutti di un bel lavoro, perché basta vederli giocare per capire che il lavoro è buono. Ieri sera hanno mostrato potenziale importante. Al di là di Heslip, che è una presa di tutto rispetto, hanno elementi giovani, di talento, con dell’ upside. In Brianza mi pare che siamo all’anno zero. Si è chiuso con un certo passato e, si è tirata una riga. Si è preso un foglio bianco su cui scrivere una nuova storia. Penso che l’importante sia avere la pazienza e la costanza di rimanere fedeli a un programma, credendo nelle scelte che si sono compiute. Soprattutto prendere il buono – che è tanto – di partite come quelle di ieri sera e su questo cercare di rendere ancora più solide le fondamenta su cui è imperniata la squadra. Guardare, adesso, la classifica non sia utile al momento. Molto più efficace è pensare alla crescita globale del gruppo. In definitiva l’impressione è stata davvero ottima – poi, come sempre, dove finiscono i meriti di Cantù, iniziano i demeriti di Reggio -. E’ mancato quel pizzico di esperienza per finire, ma è dura finire forte in via Guasco, contro una squadra come quella reggiana, per un gruppo giovane e che si deve necessariamente fare come quello canturino. In conclusione, Cantù merita di essere seguita con interesse.