VITTORIA IMPORTANTE, MA IL LAVORO E' ANCORA TANTO

Vittoria importante quella di ieri contro Cremona.

Niente da eccepire da questo punto di vista.

Quando si arriva da tre sconfitte consecutive, alcune delle quali brutte e dolorose; da un periodo di critiche giuste perché se si offrono prestazioni sotto il par è giusto che accada questo (è il mondo dello sport professionistico, bellezza…); da un periodo di salute fisica deficitario; riuscire a dare una risposta positiva contro un avversario di quelli importanti che era con te in testa al campionato (e visto che siamo ormai a Marzo non può essere decisamente una casualità) è sempre qualcosa di importantissimo.

Il morale si rinsalda.

L’ambiente si tranquillizza.

Improvvisamente una squadra di “brocchi”, torna ad essere una di campioni (fino alla prossima inopinata sconfitta dove l’ottovolante ritornerà a volteggiare più imapazzito che mai… sempre a proposito di “cultura sportiva”….).

La fiducia nei propri mezzi aumenta.

E, last but not least, due punti in più in classifica. Un primo posto provvisorio che fa bene al cuore. Un’avversaria “messa a posto”.

Per altro è una vittoria che vale doppio. In realtà i punti che vale questo successo sono quattro e non due. Si, le vedo le vostre facce stranite: “questo è impazzito”, starete pensando (può essere, non lo escluderei…). In realtà la Grissin Bon non solo ha colto i due punti per aver battuto Cremona, ma, avendo superato la Vanoli con uno scarto superiore ai sette punti (all’andata i lombardi si imposero 68 a 61), Reggio ha anche ribaltato la differenza canestri favorevole. Ergo, in caso di arrivo a pari punti (non impossibile, visto il tipo di campionato cui stiamo assistendo), i biancorossi sarebbero davanti per la differenza canestri, appunto, favorevole.

Rimantas Kaukenas a canestro nella vittoria contro Cremona

Rimantas Kaukenas a canestro nella vittoria contro Cremona. Il capobranco, pur nervosetto, ha trovato il modo di piantare i chiodi nella bara della Vanoli

Atteggiamento. L’approccio alla partita è stato buono. Non ci sono state sbavature e la sensazione è che tutti avessero ben chiara l’importanza della partita e che un certo approccio non sarebbe stato tollerato. Assieme a questo però, si è notato un nervosismo palpabile, almeno nel primo tempo. A buttarla in rissa è stato papà Rimanaas, una caffettiera in perenne borbottio, una radio costantemente accesa, che ha pensato bene di andarsi a prendere quello con la pettinatura più eccentrica – Deron Washington, che è anche quello con più talento, va detto… – (probabilmente il buon Rimantas non avrà gradito il taglio pseudo afro dell’ex Pistoia). Fin lì la partita era filata via liscia. Da quel momento sono saltati i nervi. Tecnico al lituano. Tecnico alla panchina reggiana su dei fiscalissimi 8” fischiati a Della Valle. Frosini con gli occhi fuori dalle orbite che inveiva e che sbatteva i pugni sul tavolo (roba che si potrebbe definire come out of carachter). Tutti segnali che fanno capire che sotto un’apparente calma, si celava un nervosismo non indifferente. Ah, e sia chiaro, questo giro buttarla in bagarre non ha favorito la squadra che comandava. Al contrario. Reggio viaggiava serena sul 27-13 quando gli animi si son scaldati. La Grissin Bon ha chiuso il primo tempo sul 41-35: you do the math… (Se la matematica non è un’opinione siamo a 14 a 22 per la Vanoli).

La vittoria, come detto, se non altro, aiuta a “comprare tempo” per provare ad aggiustare le cose che non funzionano ancora in modo ottimale.

La legge del Bigi. La legge del PalaBigi continua inesorabile. In campionato non si passa. Anche perché, per passare, se si pensa di giocarsela con l’atteggiamento medio di Cremona, campa cavallo …. Vittoria di Trento a parte (Ma la squadra di Buscaglia ha le caratteristiche – oltre che il numero di targa della Grissin Bon – per venire a Reggio Emilia e darle una lezione), nessuna squadra ha, al momento, messo sotto la Grissin Bon.

11 su 20 da 3, 33 liberi. Decisamente le due statistiche importanti nell’analisi del post vittoria. Difficile perdere quando si incrociano questi numeri. Tirare bene da tre, con il peso e il valore che il tiro dalla lunga distanza sta acquisendo in questo basket, è un eccellente modo per mettersi in condizioni di avere successo. Soprattutto perché queste ottime percentuali compensano la pessima percentuale al tiro da due dei reggiani. Inoltre quando si tirano 20 liberi in più degli avversari (33 contro 14), e se ne segnano 27 (14 in più degli avversari), diciamo che ci sono ottime possibilità di uscire vincitori dalla contesa. Ovviamente le cifre non spiegano molte cose, ma fanno comunque capire il trend della partita.

La rabbia di Pietro Aradori

Pietro Aradori, ieri il numero 4 ci ha messo della grinta

Si sono rivisti… I contropiedi. I tiri in transizione di Della Valle. Quelli dai 6.75 di Polonara (e potevano essere anche di più se Aradori gli passasse la palla ogni tanto, e il buon Achille rispettasse le spaziature dando le linee di passaggio giuste quando il compagno è in difficoltà). Si sono rivisti sprazzi di Aradori fromboliere. Misti a sprazzi di Aradori che ferma il flusso offensivo (Lì c’è ancora da lavorare). Bene i blocchi verticali per liberare il tiratore, non si vedevano dai play off dell’anno scorso. Sono stati chiamati con discreta continuità. Hanno dato buoni frutti nel momento in cui Cremona ha permesso al tiratore l’uscita comoda o di girare l’angolo appena dopo la ricezione del pallone.

Cremona, molle. I meriti della Grissin Bon terminano dove, va da sè, iniziano i demeriti di Cremona. Se si pensa di venire a Reggio Emilia con quella mollezza mentale, trattando la palla come se fosse un meteorite che ha appena colpito la terra (21 perse); se si pensa di essere così… così… così approssimativi nelle transizioni difensive e concedere il tiro da tre a Della Valle (Che è linfa vitale per il suo gioco d’attacco) allora è giusto perdere. Soprattutto Cremona ha mancato completamente il primo quarto. L’inizio partita. Reggio non è stata perfetta, ma Cremona era un gruppo in libera uscita in quei primi 10’. Il 23-13 con cui si sono conclusi i primi 10′ è stato un macigno che ha pesato sul resto della gara della Vanoli. Il fatto che, poi, Reggio abbia tenuto in partita gli avversari, depone a favore del non ottimale stato psicofisico dei biancorossi, non certo di una Vanoli che è apparsa spremuta e, obiettivamente, a corto di quel punch che sarebbe servito per venire a violare il Bigi.

Vladimir Veremeenko sorride

Vladimir Veremeenko, ministro della difesa di Bielorussia. Vova, schiena a parte, sorride. E ti credo, è la cerniera della difesa della Grissin Bon: un lavoraccio, ma qualcuno deve pur farlo. (Foto di Alessandro Catellani per Basketreggio.it)

La difesa. Come detto, bene la vittoria, ma non è tutto oro quel che luccica. C’è molto lavoro da fare in palestra, nella cura dei dettagli e nello sviluppo di un assetto difensivo efficace. Mi scrive un mio contatto “Oh, sul pick and roll non si capisce la regola”. Ecco appunto. Poi ascolto il wired di Menetti e sento: “SE facciamo contain….”. Ecco, quel “se” mi ha un attimo… destabilizzato. Il se su una situazione di pick and roll non dovrebbe esistere. Sempre il mio contatto “Ci vogliono regole chiare. L’interpretazione deve essere solo in emergenza, se no salta tutto”. Il problema è che il timing tra piccolo e lungo a volte c’è a volte non c’è. Non si è consistenti nelle scelte. Si fa “contenimento” su una determinata situazione, poi improvvisamente, viene fatto  show forte sul palleggiatore. Un paio di volte, su situazioni di pick and roll laterale, il piccolo fa fondo, il lungo copre il centro (parlarsi, di grazia?…). Non accettabile. Veremeenko svetta, perché lui comunque è aggressivo mentalmente e veloce di piedi, anche se quella schiena che non si piega non è un bel vedere. Il bielorusso è quello che fa quadrare i conti di una difesa che gioca a nascondino. Ha gli angoli giusti sui giochi a due degli avversari. E’ una sorta di battitore libero che decide come gestire quella determinata situazione di gioco. Se il piccolo è “sintonizzato”, Menetti, Cagnardi e Slanina sono a cavallo. Se il piccolo non è sintonizzato, si prega il Signore…. Golubovic al contrario non ha angolo difensivi ottimali. Ha bisogno della collaborazione del piccolo, che spesso, però non è nemmeno lui perfetto sulla palla, il timing non si crea, l’attacco prende vantaggio. Gli avversari non lo concretizzano? Meglio. Ma è figlio del caso, non della difesa che fa fare all’attacco quello che vuole lei. Cremona ha avuto buoni tiri ma non li ha messi (soprattutto da fuori), ma se si incontrano squadre come Avellino o Trento che hanno giocatori che sanno giocare il P&R in ogni forma e si trovano a memoria, è ovvio che il rischio è evidente (e ometto la difesa 1 c1 sulla palla di certi giocatori che non è roba che si può vedere a questo livello di pallacanestro), proprio perché la connessione piccolo-lungo non è perfetta.

In attacco. Per la mia visione della pallacanestro, è eccellente l’idea di far correre i tiratori sui blocchi soprattutto quando ci sono elementi come Della Valle e Kaukenas che ci sguazzano in queste cose. Se il vantaggio si crea  il risultato è assicurato (la bomba di papà Rimantas del +11 – bravo Polonara a fare un buon blocco, malissimo McGee che dorme e si fa prendere d’infilata dal lituano – le “girate di angolo” di Adv), se non si crea…male. Lì, a mio parere, occorre tornare in palestra e aggiungere l’altro “pezzo” del lavoro. Cioè: cosa succede quando la difesa  toglie il vantaggio e chiude l’uscita? La sensazione è che manchi il secondo pezzo dello sviluppo del gioco. “Un gioco dovrebbe avere almeno tre opzioni certe”, mi è stato detto. Non arrivo a pensare a tanto, ma credo che il lavoro sul lato debole debba essere migliore, più preciso ed efficace. Inoltre, Reggio ha un’altissima percentuale di canestri quando la palla viaggia con pochi palleggi. Se l’attacco diventa stagnante (e lo diventa per due motivi: Aradori ferma la palla – se fa canestro bravo lui, ma quando sbaglia?Secondo: tutti “aspettano” un pick and roll. Il ritmo dell’attacco è come se scendesse per fare uno stramaledettissimo pick and roll…. Per come la vedo: pensieri veloci, basket veloce, attacco veloce, canestri facili. Uguale: più divertimento, morale più alto, aumentata fiducia nei propri mezzi, migliore difesa in generale) Reggio diventa molto prevedibile e facile da marcare. Con tutte le nefaste conseguenze del caso.

Tutti aspetti, questi, che possono – e dovrebbero – essere migliorati in palestra. Con una maggiore cura dei dettagli e del lavoro.

Nulla è irreparabile.

Il tempo adesso c’è.

La vittoria è arrivata.

Le scuse sono finite.

PS: Tralascio volutamente l’aspetto “culturale” del post partita. Quello tra Aradori e Cremona. Il tutto ovviamente a mezzo social network, quelli che la settimana scorsa sono stati stigmatizzati per le parole – dette a un microfono, per altro – da Cinciarini. Weapons of mass distraction…. Non mi interessa.

PS del PS: “Luca Vitali è Paolo Vallesi“. Game, set… and match!

Le pagelle di Basketereggio: http://www.basketreggio.it/vova-come-il-sergio-brio-dei-bei-tempi-adv-e-aradori-le-punte-in-attacco/

NBA, AFTER FURTHER EXAMINATION - Atlantic Div.

Nba, tra trades e rush finale.

Dieci giorni fa è scaduta la deadline per poter completare e perfezionare gli scambi tra le squadre dell’Nba.

Uno dei più noiosi che la storia ricordi.

Voci? tantissime.

Big names che hanno cambiato casacca? Nessuno.

Due sono i punti di sintesi al riguardo.

Il primo; con il salary cap in procinto di esplodere nei prossimi due anni (l’anno prossimo è progettato a 90 milioni di dollari, nel 2018 addirittura a 108 milioni), i general managers delle varie franchigie Nba non se la sono sentita di rischiare.

Quello che sostanzialmente hanno voluto evitare è prendere giocatori con ancora molti anni – quindi molti soldi – di contratto a disposizione – e dedicare una gran fetta di questo aumentato salary cap a giocatori già “bloccati” – oppure acquisire contratti in scadenza di giocatori da rinnovare al massimo salariale.

Il punto è che, come da norme sul contratto collettivo Nba, i team devono avere investito almeno il 90% dell’intero ammontare del cap disponibile, ergo, dall’anno prossimo, almeno 81 milioni di dollari dovranno essere investiti in contratti di giocatori.

Come fa notare Chris Bernucca di Sheridanhoops.com: nel 2010, dopo che tutti i team si erano arrovellati per creare spazio salariale per firmare LeBron James, Dwayne Wade, Dirk Nowitzi, Joe Johnson ed altri, per arrivare al “suolo minimo” del salary cap, erano stati allentati fior di quattrini a giocatori come Carlos Boozer e David Lee (buoni, ma non da avere un contratto da superstars) o gente uscita presto dai radar come Tyrus Thomas o Travis Outlaw.

Quindi, questo giro, i front officers dei vari club Nba hanno ritenuto molto opportunamente di prendere bene la mira prima di sparare i propri colpi. Alcune franchigie si sono caricate, ove possibile, di munizioni per il primo di luglio. Oppure, in questa sessione di mercato (per dirla all’europea), hanno puntato a scaricare contratti e scendere sotto il livello della luxury tax[1]  ed evitare così di pagare allo Zio Tom un bel po’ di quattrini in più.

In sintesi e molto crudamente: Golden State e Cleveland (nonostante una chimica e un’attitudine sospetta) rischiano seriamente di tornare a giocarsi l’anello il prossimo giugno.

Nell’Nba di oggi si stanno verificando una serie di… riposizionamenti: e ti credo, visto che dal primo di luglio 2016 scattano le Kevin Durant Sweepstakes (Cui però sembra non parteciperanno nè i Los Angeles Lakers nè i Washington Bullets – la sua città natale -, perché KD vuole vincere… e subito!), ossia la gara a chi si accaparrerà il free agent più importante (e forte), tra quelli presenti nel novero dei disponibili dal primo di luglio.

Vediamo un po’ lo stato dell’arte delle varie franchigie Nba, division per division.

ATLANTIC DIVISION

Toronto Raptors – 39-19

 

Poco da dire: è la dominatrice della division. E’ avviata a mettere assieme il miglior record della sua storia. Ha raggiunto le 20 vittorie casalinghe. La forza è nel back court, ma soprattutto nella panchina: Kyle Lowry e DeMarr De Rozan rappresentano uno dei one-two punch più efficaci in circolazione. Il propellente vero proviene, però, dalla panchina. La second unit dei Raptors è, probabilmente, la migliore dell’NBA al momento e sta trascinando spesso e volentieri la squadra al successo. Cory Joseph e Terrence Ross guidano offensivamente le riserve e danno il cambio di ritmo.  Patrick Patterson è l’agente speciale difensivo, sotto canestro.

Jonas Valanciunas, non si è mosso alla deadline dell'Nba Trade

Un primo piano di Jonas Valanciunas. Il pivot lituano, nonostante le voci, non si è mosso da Toronto

Jonas Valanciunas (L’Italia si ricorda bene di lui, visto il mazzo procurato ai nostri lunghi agli scorsi europei in Francia e Germania) sta viaggiando forte a febbraio a oltre 15 punti e quasi 9 rimbalzi a partita, aggiungendo pericolosità dentro l’area e presenza a rimbalzo. Il problema è che difensivamente non riesce a tenere contro i pari ruolo Nba.

Toronto è stata poco attiva nel periodo delle trades, anche se pare che gli Houston Rockets abbiano pagato un’international call in Canada per sondare uno scambio tra Howard e lo stesso Valanciunas a cui i Raptors hanno risposto appendendo la cornetta e Al Horford che (al di fuori della Kevin Durant sweepstakes) sarà uno dei free agents to be più ricercati a fine stagione. Toronto al momento è over the cap ma per luglio dovrebbe essere a posto. Il dibattito attuale è se, e quando, coach Dwayne Casey cambierà conformazione al quintetto base. Come dicevamo sopra, stante anche l’assenza del “cagnaccio”, Demarre Carroll – il big signing dell’estate, appiedato da un’operazione al ginocchio per il quale non è ancora previsto un ritorno preciso – il quintetto base difensivamente fa fatica, ed è la panchina a produrre i recuperi importanti.  Occorre capire se questa situazione si protrarrà a lungo e in che modo. Il punto nevralgico è proprio sotto canestro. Occorre proteggere Valanciunas con un giocatore difensivamente tosto ma che sappia aprire il campo (il così detto stretch 4). Se Carroll rientra, Toronto ha il suo numero 4, quello che, per intenderci, è in grado di cambiare su LeBron James quando gioca il pick and roll (e Toronto deve necessariamente attrezzarsi nell’ottica di vedersela con Cleveland in un’ipotetica finale della Eastern), oppure, se il cagnaccio non torna, far partire Patrick Patterson ala pivot titolare e limitare i minuti di Scola. Tutto è possibile. Nel mentre, però, hanno battuto Cleveland all’ultimo tiro (Lowry da 3 punti) e sono a sole tre partite dagli slumping Cavs.

Boston Celtics:  36-25

 

Uno si sveglia una mattina, per dire, e scopre che i Celtics avevano provato a scambiare per Carmelo Anthony[2], il quale ha una no-trade clause nel suo contratto, ed è stato alquanto chiacchierato nei giorni precedenti la trade deadline. Secondo Espn infatti Danny Ainge, plenipotenziario dei “verdi” del Mussachussets, avrebbe provato ad intavolare con i Knicks una trattativa per portare ‘Melo 40 minuti di volo più a nord senza però cavarci un ragno dal buco a causa del non interesse del diretto giocatore a vestire i colori di Boston.

Isaiah Thomas ai tempi di Sacramento

Isaiah Thomas, piccolo grande play di Boston, qui con la maglia di Sacramento

Al di là di tutto, i Celtics si stanno mostrando una crescita importante rispetto all’anno scorso. Pur non avendo ancora quella solidità e continuità ad altissimo livello. L’andamento stagionale lo testimonia. Il capitombolo contro Minnesota (122-124 in casa) ha posto qualche punto interrogativo sulla difesa dei Celtics. Tuttavia la squadra sta rispondendo benissimo ultimamente, avendo vinto le ultime tre partite giocate. Prima, i  C’s viaggiavano ad  una media di 116 punti agli avversari. Un filo troppi per qualsiasi squadra di questo pianeta. Come detto, dalla trade deadline sono usciti senza scossoni particolari. L’unica mossa è stata successiva, ossia il rilascio di un insoddisfatto David Lee (finito a Dallas) desideroso di giocare ed avere minuti importanti. I Celtics stanno avendo la miglior stagione possibile da Isaiah Thomas che viaggia ad oltre 21 punti di media e un battito di ciglia sotto i 7 assist a partita. Un rendimento che gli è valso una chiamata all’All Star Game di Toronto. Più in generale, l’attacco non è il problema per la squadra di Brad Stevens, con ben sette giocatori in doppia cifra, quanto, come detto, la difesa che  imbarca acqua. Il trend è positivo  e tutto sommato le prime della classe (Cleveland e Toronto) non sono così lontane. Per il futuro, quello che va detto è che i Celtics sono una bomba ad orologeria. L’anno prossimo, il monte stipendi – al momento – è calcolato sui 50 milioni di dollari totali (di cui 17 non garantiti: Amir Johnson e Jonas Jerebko hanno una team option), e ci sono 7 scelte con cui “ballare” (3 al primo giro, di cui una dai Brooklyn Nets che potrebbe tramutarsi in una delle prime tre al draft, e 4 al secondo giro). Dire che i Celtics saranno protagonisti nella prossima estate è poco…

New York Knicks: 25-36

 

Il solito grande casino. Erano anche partiti decentemente, i Knicks, poi, sostanzialmente la stagione è andata completamente a Sud. Derek Fisher, uno degli uomini protetti da Phil Jackson, è stato spesato e sostituito da Kurt Rambis (E no, il grande Capo Triangolo non tornerà su una panchina Nba. Lo dice anche Carmelo Anthony: «Phil’s not coming down, those days are long gone»), nelle ultime 10 partite, i Knicks ne hanno vinte 2 e stanno facendo perdere la pazienza a Melo (Il quale è finito dentro un’altra buriana anche con il suo ex “fratello” Amare’ Stoudemire…), che deve decomprimere, e a chi stacca l’assegno a fine mese, James Dolan, che credeva di avere un serious shot ai play off e che ora si trova di nuovo nelle secche della bassa classifica della Eastern (Solo la pochezza di Brooklyn e Philadelphia rende la classifica dell’Atlantic Division sostenibile, almeno alla vista…). Infine, a New York la notizia del giorno è
il contratto offerto a Jimmer Fredette
 cui potrebbe essere concesso un altro decadale e rischiare di avere un garantito fino a fine stagione. Questo è quello che passa in questo momento “il convento” nella Big Apple…

Phil Jackson plenipotenziario a New York

Phil Jackson, l’Nba trade deadline non ha portato buone nuove per lui ed i Knicks

Partendo da un cap completamente bloccato, con pochi asset, e con ‘Melo che non vuole spostarsi da casa, Phil Jackson ha provato a scaricare qualche contratto pesante, tipo quelli di Josè Calderon e Kyle O’ Quinn, provando a liberare spazio salariale, e cercando un upgrade nella posizione di point guard (Ricky Rubio e Jeff Teague erano i nomi caldi) ma le trattative si sono arenate perché Phil Jax non ha voluto privarsi della prima scelta del 2018 che lui considera imprescindibile (Quella di quest’anno non c’è perché rientrata nell’affare Bargnani). Kristaps Porzingis è l’unica luce nel buio di una stagione che senza un improvviso cambio di passo finirà di nuovo nella più totale mediocrità. Per i tifosi dei Knicks si attende l’ennesima estate di speranza, vedremo….

Brooklyn Nets: 17-43

Il punto, al momento, è che tutto è concentrato sul futuro partendo da una ricostruzione che è già iniziata con l’arrivo di Sean Marks come nuovo general manager (spinto anche da RC Buford e Gregg Popovich). Il proprietario, Mikhail Prokhorov, dopo aver speso la malora per vincere subito – i Nets sono dei pagatori seriali di Luxury Tax:

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ha cambiato linea. Dopo aver scritto una lettera aperta ai propri tifosi[3], ha sposato la linea della pianificazione e della ricostruzione, abbracciando il modello di successo sostenibile per eccellenza nell’NBA: quello dei San Antonio Spurs. Da qui l’arrivo di un alto dirigente made in San Antonio e di un possibile allenatore che provenga direttamente dal coaching tree di Popovich (Ettore Messina, perhaps?). La prima mossa di Marks è stato tagliare Andrea Bargnani.

Joe Johnson a canestro con la maglia di Brooklyn

Una delle casualties post Nba Trades: Joe Johnson ha transato con Brooklyn per accasarsi ai Miami Heat

La seconda quella di rilasciare anche Joe Johnson[4]. Assieme a loro c’è stata la firma di uno dei top prospects della NBDL, la guardia Sean Kilpatrick. Improvvisamente in meno di una settimana sono stati risparmiati 3.3 milioni di dollari e la squadra è andata a 3 vinte e 2 perse. Tuttavia  per Brooklyn è un presente durissimo e il futuro tutto da scrivere, per il momento, ai margini dell’NBA che conta.

 

 

Philadelphia 76ers: 8-52

Ha ragione il Maestro Buffa: com’è la fortuna di avere una squadra che vince tutte le partite e un’altra che le perde tutte? Ecco, se i Golden State Warriors sono sempre più vicini ad entrare dalla parte giusta della storia con il record di vittorie, i Sixers ci entreranno (o rischieranno di entrarci) da quella sbagliata: per il maggior numero di sconfitte. Non è bastato l’arrivo di Jerry Colangelo, spinto dall’Nba stessa[5] (i proprietari più che altro) a dare una spinta alla squadra. Certo, Jerry ha portato credibilità e carisma ed un minio di direzione ad una squadra in disperato bisogno di qualche punto fermo e di valore. Ottimo anche il rinnovo di Brett Brown, a testimonianza che il coach è valido nonostante il pessimo record. Mike D’Antoni, firmato come associate head coach, porta esperienza in uno staff tecnico con poche partite allenate sotto la cintura. Ma il punto è che la squadra è inesperta e con evidenti limiti di profondità d’organico. Joel Embiid il suo secondo anno consecutivo se lo trascorre a recuperare dal problema al piede. In campo chi ci va è un gruppo di ragazzi giovani che necessariamente hanno il potenziale ma non la forza di poter stare lì e giocarsela con tutti.

Nerlens Noel con la maglia dei Sixers

Nerlens Noel ala pivot di Philadelphia. La sua convivenza con Jahlil Okafor non è al momento ottimale

Jalil Okafor e Nerlens Noel fanno fatica a coesistere. In una Nba sempre più orientata a svuotare l’area pitturata, a giocare la small ball, ad allargare il campo come se non ci fosse un domani, due giocatori con le loro caratteristiche (hanno enorme talento ma sono “interni” e  nessuno dei due, per caratteristiche, si trova a proprio agio a 7 metri dal canestro) è un problema (E infatti la squadra si esprime meglio con uno tra Okafor e Noel in campo, con i vari Covington o Grant al fianco). Inoltre c’è poca profondità a livello di playmaking. Inoltre per quanto riguarda Okafor, la sua reputazione nei circoli Nba non è affatto buona. Al di là degli incidenti fuori dal campo occorsi in varie situazioni quest’anno, il problema è dentro il rettangolo di gioco, Okafor viene considerato come un giocatore egoista, un pessimo rimbalzata difensivo, un pessimo difensore e un decente rimbalzata offensiva. Mica male per un diciannovenne, scelto alla numero tre del draft dell’anno scorso, proveniente da un programma di alto livello come Duke.  Ish Smith è stata una bella presa, ha cifre ottime, ed è un giocatore abbastanza eccitante da vedere. Solo che: è il playmaker in grado di far fare il salto di qualità alla squadra? E’ quel giocatore in grado di esaltare i punti di forza della squadra, che sono vicino a canestro? La sensazione è che anche Ish, seppure con un minimo di qualità, sia uno stopgap verso qualcosa di un po’ più forte. Ed infatti, l’obiettivo per la trade deadline pare fosse Dennis Schroeder, point guard di Atlanta. Secondo Keith Pompey il package da mandare agli Hawks era Smith, Nick Staukas, un qualche contratto in scadenza e una delle scelte “protette” al primo giro: i Lakers (tra la 1 e la 3), gli Heat (prime 10), OKC (prime 15), ma alla fine non se n’è fatto nulla. L’idea però è quella che a giugno se ne riparlerà. Poi va detto che quando piove grandina. Philly ha cercato di essere il facilitatore per la trade che avrebbe portato Donatas Motejunas a Detroit (Philly avrebbe ottenuto il contratto di Joel Anthony e una seconda scelta, in cambio di praticamente nulla – una precedente seconda scelta), per fare ciò ha rilasciato Jakarr Sampson – giocatore comunque molto gradito allo staff dei Sixers -, peccato che la trade sia stata annullata a causa del fatto che il lituano di Houston non abbia superato le visite mediche con Detroit. Quindi, per Philadelphia: no Joel Anthony, nessuna seconda scelta, ma, soprattutto, no Jakarr Sampson che nel mentre ha firmato un biennale con i Denver Nuggets.

Ovviamente a giugno, con un quantitativo di scelte esorbitante da usarsi subito o differendone l’utilizzo al 2017, Philly può fare qualsiasi cosa: inserirle in un pacchetto per un veterano oppure usarle per scegliere giocatori. Deciderà lo stregone degli analytics, Sam Hinkie (se rimarrà nel suo ruolo di giemme, perché non è detto). Con l’arrivo, presunto, di Dario Saric dall’Efes Istanbul e il ritorno di Embiid qualcosa di buono si potrebbe anche iniziare a vedere. Almeno, ci sarebbe la speranza di passare dall’essere una sorta di laughingstock all’idea di una squadra di pallacanestro. Ma la strada è lunga in Pennsylvania. Molto lunga….

(Continua)


[1] La Luxury Tax è una forma di controllo delle spese di una franchigia Nba. Da contratto si chiama “tax” e basta – il termine Luxury Tax è prettamente giornalistico – . La pagano tutte quelle franchigie Nba che superano il tetto massimo del Cap, ed è computata come una penalità per ogni dollaro che viene pagato oltre al Cap. Fino a 5 milioni di dollari oltre il limite, la penalità è di 1.50$ per dollaro speso in più (che diventa 2.50$ se una franchigia è recidiva); 1.75$ per violazioni da 5 milioni a 9.9 milioni (2.75$ i recidivi); 2.50 $ per violazioni tra i 10 milioni ed i 14.99 milioni (3.50$ per i recidivi), 3.25$ per violazioni da 15 milioni a 19.99 milioni (4.25$ per i recidivi); sopra i 20 milioni sono 3.75$ (4.75$ per i recidivi).

[2] E’ interessante perché, pur negandolo apertamente, nei giorni prima la trade deadline Danny Ainge aveva provato ad imbastire uno scambio per portare a Boston Jahlil Okafor. Ipotesi durata veramente lo spazio di qualche minuto. Tuttavia secondo Zach Lowe, uno dei guru del basket di Espn, la verità è che questi – Melo e Okafor – sono solo dei smokescreen. Il vero obiettivo dell’anno scorso, della trade deadline, e probabilmente della prossima estate dei Celtics è stato, è e sarà Kevin Love che Cleveland metterà sul mercato se non vinceranno l’anello nemmeno quest’anno.

[3] E’ interessante questa cosa. Partendo dal presupposto che negli Usa, così come in Inghilterra per il calcio, i tifosi sono considerati come dei veri e propri clienti del club (il famoso turning fans into customers), i proprietari quando le cose vanno male, o gli obiettivi non sono centrati, ci “mettono la faccia” e si rivolgono direttamente ai loro clienti, per spiegare, scusarsi, tracciare le linee per il futuro. Prokhorov è uno. Nel football NFL un altro esempio è quello di Stephen Ross, proprietario dei Miami Dolphins, che al termine dell’ultima disastrata stagione ha ritenuto opportuno scrivere a tutti i tifosi per spiegare le ragioni dell’ennesima debacle e indicare il “business plan” per i prossimi 5 anni (un nuovo allenatore e un nuovo staff dirigenziale). In Italia una cosa così difficilmente avviene. Un’interazione così diretta tra proprietario e clienti… no scusate, tifosi è quasi utopistico. I dirigenti ricevono lauti stipendi anche, e soprattutto, per prendersi le colpe di scelte non sempre azzeccate e di… metterci la faccia.

[4] In effetti nell’Nba quando qualcosa accade, accade con una certa velocità. Il contratto di JJ, infatti, è stato transato con l’ex all star che ha lasciato sul piatto 3 milioni di dollari (Chiariamoci: vive benissimo, Johnson, visto che il suo contratto quest’anno chiamava qualcosa come 24 milioni e rotti di dollari). Slow Joe ha quindi firmato per i Miami Heat.

[5] L’NBA è un business. Il sistema delle scelte e l’assenza di retrocessioni dà l’opportunità di progettare a media lunga scadenza, senza l’assillo di vincere subito. Ma il tanking insistito nel tempo come quello promosso da Philly non è un business plan accettabile. La piazza non si rende attrattiva per i giocatori, la squadra rimane debole al di là delle scelte, il mercato non attira, il pubblico non va a vedere la squadra, quindi non spende soldi al palazzo ergo l’intero sistema NBA (nonostante sia incentrato sulla competitive balance) va a ramengo.

QUESTION TIME TRA LOGAN, REGGIO E BARGNANI

L’altro giorno, dal Messanger di Facebook:

«Ho letto ora il tuo pezzo post coppa italia. Trento sicuramente va un’pò a fasi alterne ma nei playoff può essere sicuramente pericolosa. Complimenti a Sassari in particolare a Tony Mitchell per avere perso una partita  venerdì che per perderla serviva davvero tanto impegno! Impensabile che con un Logan illegale nel ultimo quarto regolamentare  abbiano tirato (non segnando) solo gli altri giocatori.  Onore alla stagione di Cremona.  Per Reggio il problema numero 1 è che quando hai in campo Aradori, Gentile e Polonara  insieme la fase difensiva è complessa. Magari al posto di Golubovic, giocatore come tanti altri o peggio, (poi con i lunghi in qualche modo ti arrangi sempre) magari  sarebbe stato un po’ più utile un 3 un’pò fisicato con un po’ di  difesa (tu non era d’accordo su Moss ma un giocatore del genere o un  regista). Chiaro che stando seduti è più facile, comunque prevedo per Reggio al massimo la semifinale questo giro. Pienamente d’accordo sul fatto che anche se Milano adesso ha ottimi equilibri Bargnani per l’Italia è un super giocatore.

Firmato: uno di passaggio (Ma che ne sa!)».

 

Dunque, vediamo. Spunti interessanti ce ne sono eccome.

Tralascio tutta la prima parte: dico solo, a conforto di quanto sostiene l’ottimo, competente e un filo tranchant, aficionado, che se hai già David Logan che quando se la sente, è caldo, e soprattutto, vede il canestro largo come una vasca da bagno, la palla in mano la si dà a lui allo sfinimento. Tony Mitchell fa scopa con Logan. Poco da fare. Quando le stagioni nascono male…. nascono male. Poi, però,  quando si ha un giocatore con le caratteristiche di Logan, non è facilissimo mettergli attorno altri 4 elementi. L’anno scorso il Banco ha fatto un capolavoro (ed il fattore “C” ha contribuito il giusto nel pescare i giocatori ideali per dare vita ad un mix ottimale di talento, fisicità e mentalità e completare così il Triplete), perché ha indovinato tutto – tanto è vero che non ha dovuto fare movimenti di mercato -. Quest’anno la problematica è diversa e i risultati sul campo si notano.

 

La questione Aradori-Gentile-Polonara. Sono equilibri difficili. In attacco e in difesa. Lo si sapeva e immagino si siano tenuti in conto. Non credo che giocatori che stanno in serie A da anni risultino essere “sconosciuti” a chi li ha scelti. Che la chimica ne possa risentire è ammissibile, ma esistono gli allenamenti per provare a smussare qualche angolo. Poi ci vuole anche la disponibilità dei giocatori a rinunciare a un po’ del “loro” per un bene più alto: quello della squadra.

 

Golubovic o il 3 atletico? Bella questione. La visione del nostro amico è tutt’altro che peregrina ed ha incontrato, al tempo, estimatori anche tra i miei contatti. La mia visione era che Reggio fosse corta sotto canestro e che ci volesse un altro lungo per dare sostanza e rotazioni a un reparto che aveva Vereemenko e Lavrinovic già discretamente in debito d’ossigeno. L’obiezione era: si però bisogna stare attenti, perché anche gli esterni stanno calando e bisogna scegliere molto bene il profilo del giocatore. Tenuto conto che in quel momento Kaukenas era ai box con i problemi alla spalla e del suo futuro si sapeva bene poco. Il mio reasoning era semplicemente fondato su un fatto numerico e quantitativo: l’affollamento tra gli esterni, cui aggiungere un altro giocatore, avrebbe potuto creare un qualche problema di equilibrio in più, soprattutto nella distribuzione dei minutaggi. L’unica soluzione a favore dell’esterno è che fosse un play con spostamento definitivo di Gentile da guardia. Ma anche lì, erano alchimie strane per una stagione già totalmente avviata e che comunque vedeva Reggio ampiamente in lizza su tutti i fronti. Il lungo sotto canestro avrebbe finalmente accomodato Silins nel suo ruolo naturale di ala piccola (dandogli quindi una dimensione tecnica più stabile e non il ruolo di factotum con compiti da specialista difensivo che alla lunga non ha fatto altro che spersonalizzarlo) e dato qualità e tono alla squadra (sapendo che lo stesso Darjus rimane un giocatore a rischio e Kaukenas ha 39 primavere con tutti gli annessi e connessi del caso…). Il punto è il solito: tutti vogliono avere un roster profondo, poi bisogna saperlo gestire.

 

David Moss. Rimango convinto del mio assunto: per me non ha senso prendere un giocatore in fase calante, proveniente da un infortunio, e fermo da mesi. Un profilo del genere non è la risposta.

 

La semifinale come traguardo massimo. La mia idea? Un paio di mesi fa avrei detto che sarebbe stato un po’ pochino. Con Milano in cerca di se stessa e Reggio che viaggiava forte, ritenevo la Grissin Bon davvero da corsa. Adesso dico che una semifinale sarebbe comunque un risultato minimo accettabile. Confermarsi tra le prime 4 d’Italia non è un risultato disprezzabile. Al contrario, per Reggio sarebbe un’ottima conferma.

 

Andrea Bargnani. Premesso che l’anno prossimo il Mago prenderà dai Nets altri 300 mila e passa dollari per il buy out di quest’anno (i famosi “dead money” del salary cap), dipendendo dal tipo di squadra in cui finirà (se tornerà in Europa, visto che lui sta provoando a rimanere di là dallo stagno) e la cultura della stessa, rimane un giocatore di alto livello europeo. Con tutti i suoi, evidenti, limiti; ma anche con tutti i suoi, evidenti, pregi.