GARA 4: LA VERGOGNA E LA SPERANZA

Gara 4…
Com’è quella frase? “Se siete tutti d’accordo passerei direttamente a gara 5″…
Gara 4 è stato uno scempio e qualcosa che non è spiegabile solo a parole o con analisi tecniche.
Ce la possiamo girare e rigirare. Guardare e riguardare. Rimane comunque quello scarto lì.
E’ stata una vergogna, ovviamente: perché questo gruppo – che è lo stesso che ha spazzato via i Campioni d’Italia e che ha rivaleggiato con Milano per un’intera regular season – sarà anche quello bollato con questo marchio.
Per me rimane un mistero quello che è successo in queste quarantotto ore che hanno portato Reggio Emilia da gara 3 a gara 4. Io non credo, non posso credere, che oltre a fare le foto con le scolaresche in visita all’allenamento di Della Valle e compagni non si sia riguardata la partita. Non si sia fatta un’analisi di quello che non aveva funzionato domenica sera, per non riproporlo ieri sera. Mi rifiuto di crederlo, a questo livello di pallacanestro.
Però, però, però…. Anche nei momenti peggiori, anche nelle situazioni più brutte, c’è sempre una faccia, una dignità, una storia da onorare. Ci son sempre 40 anni di storia di pallacanestro professionistica che ogni due giorni vanno in campo con i colori bianco rossi. Questo aspetto, che, mi pare, si sta un po’ perdendo di vista tra personalismi, grandeur, e bisogno “di fare cassa”. Pallacanestro Reggiana rappresenta una città. Può essere un “soggetto” formalmente privatistico, ma sostanzialmente c’è una città dietro. Si rappresenta questo. Ieri, sportivamente, una città è stata calpestata nei suoi valori sportivi: lavoro duro, testa alta, mai darsi per vinti, giocare forte dal primo all’ultimo minuto. Nessuno vi ha chiesto di vincerle tutte. Tutti vi hanno chiesto di lottare però.
C’è una parola tra quei tifosi più lucidi (Gli integralisti e i fideisti li lascio volentieri ad altri con la tessera dell’ordine – sempre che ce l’abbiano…. – ) “decenza”. Ecco la decenza ieri non ha albergato nel “camp” reggiano. Il mai troppo abusato “c’è modo e modo di perdere” in questo specifico frangente è giusto che risuoni più alto del solito.
Nunnally e Kaukenas, protagonisti di Gara 4
Quello che interessa qui è una sola cosa: non fare finta di niente. A me che un gruppo di professionisti “chieda scusa”, frega meno di zero. Primo perché la serie non è finita: ci sono altre tre partite da giocare, la palla – per rimanere in ambito cestistico – rimbalza ancora e c’è ancora tanta pallacanestro da giocare. Quindi, il tempo per le “scuse” e per i “pianti” è ancora molto lontano da venire. Così come mi frega il giusto chi ci mette la faccia. Per gli stessi motivi. Non è quello il punto per me. Il punto è: lo diciamo che da gara 2 a gara 4 questa Grissin Bon ha palesato alcuni problemi tecnici, fisici ed ora anche mentali che ne stanno abbassando e non poco il rendimento in campo? Lo si può dire che Avellino in quattro partite di semifinale è andata in un crescendo rossiniano, mentre Reggio è rimasta stabile nelle prime due partite in casa ed è andata a picco in trasferta? Giustifichiamo un -43 perché l’ambiente di Avellino era caldo e condizionante? Ragazzi, ad Avellino ci si ritorna per gara 6. Cosa facciamo, mandiamo 10 stuntmen e quelli veri stanno a casa?
Questa mattina in uno dei soliti dialoghi/analisi con i miei punti di riferimento, è avvenuto questo botta e risposta
«Come la vedi?»
«Non credo ci siano rotture o eventi critici. Ma una squadra poco coesa che in casa cancella molti problemi perché le avversarie mollano. Per sua natura questa squadra o se la gioca alla pari o molla di brutto. 
Caratteri messi male insieme e mal diretti. Si è visto ormai».
Ecco per me la questione è pressoché finita qua. Non si poteva spiegare meglio.
Si dice che le trasferte forgiano un gruppo.
Lo fa diventare un blocco unico oppure lo disgrega.
Questi quattro giorni in Irpinia hanno, evidentemente, esacerbato delle incongruenze (mettiamola così). Quindi ci ritroviamo a dover ascoltare le supercazzole o gli appelli all’unità d’intenti (manca solo il mitico abbassiamo i toni e poi abbiamo tirato fuori il peggio del politichese 2.0), o le chiamate arbitrali (hai finito il primo quarto 30-10 sotto e parliamo di arbitri?) per coprire limiti tecnici evidenti e l’unità d’intenti che non c’è. Anche perché, diciamocelo chiaramente: se ogni volta che prendi una legnata ti appelli all’unità d’intenti, vuol dire che tanto unito non sei…
«La domanda vera è se questa squadra sa fare altro o se funziona solo così».
Risposta: «In attacco così. In difesa no, in difesa puoi adeguarti, puoi presentare diversi make ups, puoi per lo meno provarci. Hai il dovere di esplorare tutti gli scenari».
Chiudo con Valerio Bianchini. In punta di lingua, e con quel bagaglio di cultura che la metà dei coach di adesso si sogna, la chiosa l’ha messa lui.

La speranza.
La speranza è ovvia. Dopo una gara 4, ce n’è una quinta. In casa. Nel fortino. Al Bigi. Si riparte da 0-0. Perché il buono del brutto di un -43 è che in fondo, in una serie di playoff, vale solo 1 punto. Due a due e palla al centro. Diventa una serie al meglio delle tre partite. E’ ovvio che ogni passo falso diventa decisivo.
Siamo in Italia, questo è il campionato italiano, si può passare tranquillamente da un -43 a un +15/20 come ridere. Molti fattori imponderabili vengono a galla. Secondo me le probabilità di andare alla settima si sono enormemente alzate dopo ieri sera. Reggio è una squadra di talento, e in casa difficilmente sbraga come in trasferta.
Ci sono tre incognite per me.
La prima. Fisicamente, Reggio come sta? La sensazione è che lo stato fisico medio generale non sia il top. E più si va avanti e più c’è una brilantezza di certi giocatori che sta venendo sempre meno e secondo me, ma non ho prove ovviamente, ci sono giocatori che non sono nemmeno fisicamente a posto.
La seconda. Bisogna fare un minimo di lavoro tecnico. Verrà fatto?
La terza. Più si va avanti più i giocatori di Avellino sanno cosa li aspetta in via Guasco. Si adattano alle luci, ai rumori, a diversi punti di riferimento. Al tifo avversario. Ovviamente il discorso vale anche per Reggio ad Avellino. Quindi anche in questo caso siamo in uncharted water. 
Va da sè che in una partita non partita, il raw footage di Gara 4 non vada in onda. Onestamente alla bomba di Severini sul 30-10 del primo quarto ho chiuso il Mac. Per una volta di Xs and Os dovrebbe parlare chi di dovere…
Menetti pensieroso
Invece mi è toccato sentire questa perla: Menetti a Cagnardi: «Non difendiamo perché non abbiamo fiducia». Cagnardi che annuisce… Per distacco la frase dell’anno.
I microfoni agli allenatori a volte bisognerebbe speglierli. Purtroppo ti fanno sentire cose che non possono essere accettabili.
Il pensiero corre ovviamente al più grande di tutti i tempi: Sir Alex Ferguson. Uno che insomma, due cosette le ha vinte… Tipo queste:
Sir Alex Palmares
Ecco, lui, nel 1999 alla fine del primo tempo della finale di Champions League di Barcellona contro il Bayern di Monaco, con la sua squadra sotto di un gol dopo aver preso Paul Ince nella via verso gli spogliatoi ed avere sostanzialmente detto al miglior centrocampista d’Europa di quel momento: «You’re an effing bottler, Incey! You can’t handle the stage», al suo gruppo di giocatori disse queste parole
At the end of this game, the European Cup will be only six feet away from you, and you’ll not even able to touch it if we lose. And for many of you, that will be the closest you will ever get. Don’t you dare come back in here without giving your all!
Differenze…
Galassie…
Paragoni che non dovrebbero nemmeno esistere…
Pensiamo a gara 5, che è meglio.
Ah, la finale di Barcellona, andò così, per quei pochi che non se lo ricordano…

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