PEYTON MANNING, L'ULTIMO RODEO FINISCE IN GLORIA

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Peyton Manning il suo last rodeo finisce in vera gloria…

Grazie a una delle migliori difese che siano mai state viste su un campo della National Football League.

Ieri notte, sul turf (terrible l’ha definito Aquib Talib) del Levis Stadium di Santa Clara, i Denver Broncos hanno, obiettivamente, sovvertito i pronostici (mio compreso) schiantando la miglior squadra dell’NFL, i Carolina Panthers, che hanno fatto la figura degli agnellini che si sono consegnati ad un branco di lupi affamati come sono stati, appunto, i Broncos.

24 a 10 il risultato finale a favore degli Orange.

TUTTO COME PREVISTO

La partita è andata esattamente come ci si aspettava. Le difese hanno prevalso sugli attacchi. Ci si aspettava equilibrio, ma questo alla fine non c’è stato.

Si è giocata la partita dei Broncos, e Carolina ha completamente perso il filo del discorso. La difesa dei Panthers ha fatto tutto quello che ha potuto, ma un attacco asfittico, sloppy, e inconsistente non ha sostenuto le chance di vittoria di quella che, fino a ieri sera, è stata a mani basse la miglior squadra dell’intera lega, compilando un record (Superbowl escluso) di 17 vinte e 1 sola sconfitta.

Quello che Peyton Manning dovrebbe fare è offrire una cena a tutta la sua difesa.

Era dai tempi dei Baltimore Ravens del 2000, quella con Ray Lewis, Tony Siracusa e Rod Woodson che distrusse i New York Giants per vincere il loro primo Superbowl, che non si ammirava una difesa così dominante e condizionante. All’epoca si disse che Trent Dilfer era il peggior quarterback ad aver mai vinto un anello. Ovviamente Peyton Manning non può minimamente stare – per manifesta superiorità – nella stessa frase dell’attuale analyst di Espn, però, alla luce della prestazione di ieri, c’è poco da dire: la difesa ha letteralmente trascinato Denver al successo, ed al secondo Superbowl vinto per Peyton, che, così, pareggia il conto con il fratello Eli presente in tribuna.

Peyton Manning al telefono

Peyton Manning al telefono. Chiederà lumi sul suo futuro?

Esaudiamo qui, il discorso riguardante il quarterback di Denver.  Dopo la partita è stato alquanto evasivo sul discorso ritiro. Si prenderà un po’ di tempo per riflettere, e poi comunicherà a tutti la decisione. Personalmente ritengo che quello visto ieri sia stato davvero il suo ultimo rodeo. Ci sono rumors che vorrebbero i neo relocated Los Angeles Rams interessati a lui. A Los Angeles, ci vogliono nomi e qualcosa di profondamente hollywoodiano per incoraggiare il pubblico ad affezionarsi ad una nuova franchigia. Siccome è pure un business, occorre vendere biglietti ed attrarre sponsors. Ci può stare il tentativo, ma l’impressione è che Peyton Manning sia esattamente vicino a fare come ha fatto Marshawn Lynch proprio dopo la fine delle ostilità a Santa Clara: call it a career.  Quello visto ieri è un ex grandissimo quarterback, che ha ancora il comando della linea di scrimmage, che sa quale difesa ha di fronte e come settare un attacco competente. Ma non ha più la forza di far pervenire il pallone al ricevitore con qualità e precisione. Quanto volte abbiamo visto Manning, ieri sera, lasciare andare delle vere e proprie lame ducks? Alla fine è venuto via con un solo intercetto, ma anche due fumbles di cui uno che poteva risultare davvero costoso nella ripresa.

Ha senso che si ritiri ora: sul tetto del mondo. Anche solo uno snap preso in più potrebbe essere qualcosa che offusca una carriera super.

VON E I SUOI FRATELLI…

C’era una battuta che circolava ieri notte su Twitter: il vero Mvp del cinquantesimo Superbowl dovrebbe essere Wade Phillips. Ha fatto un capolavoro. Si era detto alla vigilia, in un match tanto equilibrato, i dettagli avrebbero potuto fare la differenza. Gli special teams, le palle perse, le letture e i tackle (fatti o mancati) da parte delle difese. C’è poco da dire, la difesa dei Denver Broncos ieri ha dato vita a un clinic in piena regola.

L’uomo da cui parte e finisce tutto si chiama Von Miller. E’ stata la seconda scelta assoluta al draft 2011. L’unico che l’ha preceduto? Cam Newton, che ieri è stato messo in una vera e propria… arancia meccanica, allestita da Phillips, ed implementata proprio dal numero 58 dei Broncos.

Le statistiche della sua partita sono roba per gli annali:

Von Miller Super Bowl stats per Bleacher report

Ciò che mi ha impressionato non è stato tanto la sua capacità di “caricare” il quarterback avversario. Quella è una cosa che sapevo già, e sapevo che la faceva in modo enciclopedico. Quello che mi ha fatto strabuzzare gli occhi è stata la copertura su un lancio di Newton per Jerricho Cotchery nel terzo quarto. Cotchery, come ha fatto per tutta la partita, si è lasciato passare tra le mani un lancio prendibile (ed a quel livello sono errori costosi), ma Miller è stato con lui su tutta la route senza perdere un singolo passo. Roba che nell’NFL possono permettersi in pochi. Lui e altri selezionatissimi eletti.

Un primo piano di De Marcus Ware

De Marcus Ware, dopo 11 anni di onorata carriera NFL, può finalmente esultare

Ovvio che Miller, vera anima della difesa dei Broncos, si è portato dietro tutti gli altri. A partire da De Marcus Ware, suo collega di scorribande dietro la linea di scrimmage offensiva, alla sua prima apparizione al grande ballo. 11 anni e 134.5 sacks in carriera dopo avere messo piede nella National Football League per la prima volta, uno dei più grandi cacciatori di quarterbacks in epoca recente, ha potuto finalmente definire una carriera: «Non direi che c’è un senso di sollievo. Direi, più che altro che finalmente posso dire di essere arrivato».

E con lui Talib (Partito un po’ troppo carico, con due penalità gravi che potevano rischiare di compromettere tutto il lavoro dei compagni), Chris Harris, Danny Trevathan e tutti gli altri. Non una sbavatura. Non un’azione sbagliata. I Broncos sapevano che se volevano avere una chance, dovevano necessariamente passare da un capolavoro difensivo. L’hanno fatto. Questa difesa sta senza dubbi nell’olimpo delle migliori che si siano viste sul palcoscenico più alto nella storia dell’NFL.

GLI SCONFITTI

Se Peyton Manning è stato un esempio di sobrietà nella vittoria, Cam Newton era l’altro uomo più atteso in questo Superbowl. La prestazione in campo, ma soprattutto la “gestione della sconfitta”, hanno fatto sollevare più di un sopracciglio.

Cam Newton festeggia con i compagni

Cam Newton, missing in action nel Super Bowl numero 50

Che Newton sia un personaggio controversial pare alquanto assodato. Non è solo un problema di dab dance è un problema di come si vuole gestire l’immagine di un atleta d’elite all’interno di un ambiente estremamente competitivo come quello dell’NFL. Le doti tecniche, fisiche e di leadership non sono discutibili. Gli onori conseguiti in stagione sono inscalfibili e totalmente meritati.

Maaaaa….

Nella partita più importante della sua carriera, scendendo in campo da favorito, ha fallito. Ha fallito in campo, giocando un match come se fosse svuotato, privo della benché minima cattiveria e con poche, pochissime energie fisiche e mentali. Venendo “picchiato” duro dalla difesa avversaria, e alla fine consegnandosi a loro. Ma il peggio doveva ancora venire… In conferenza stampa, dove, dopo aver parlato a monosillabi, sotto un cappuccio (Con il suo Offensive coordinator, Mike Shula che lo invitava a toglierselo) da cui a malapena si intravvedeva il viso.

«He plays for himself». Lo hanno preso di mira gli avversari. Poi sono usciti columns come questo. C’è poco da fare, se ti metti sotto la lente di ingrandimento, se sei la faccia di una franchigia, e sei il miglior giocatore della Lega , devi necessariamente essere all’altezza anche nel tuo giorno peggiore. Quando fallisci e vieni preso a sberle da gente che è entrata in campo con l’obiettivo preciso di toglierti ogni certezza e per il futuro il rischio è che ti venga messo un bersaglio sulla schiena su tutti i campi dell’NFL.

Tom Brady, introdotto come past Mvp ieri prima della partita, è stato subissato di fischi da 70 mila invasati. Lui? Neanche una piega… Se sei il migliore, devi sapere reggere il palcoscenico. Newton, a differenza di Peyton Manning, è giovane. Ha un futuro, luminoso, davanti a sé. Imparerà. Forse…

Poi, il football è uno sport di squadra. Cam Newton è certamente il personaggio più in vista, e per come è strutturalmente formata una squadra di football americano, ci sono ruoli che spiccano sugli altri. Tra questi il quarterback è quello ancora più evidente: un generale di un’armata pronta a sfidarsi in mezzo alle trincee. Il punto è che se i luogotenenti fanno cilecca, dopo si fa dura. Cancellato dalla partita Greg Olsen, il suo bersaglio preferito per tutta la stagione, azzoppato Jonathan Stewart dopo poche azioni, ecco che il peso dell’attacco è finito su altri personaggi. Anthony Tolbert ha perso due palloni pesantissimi. Ted Ginn Jr ha, una volta di più, evidenziato perché nei circoli NFL i suoi attributi sono messi palesemente in discussione allorquando ha pensato bene di correre una cross con un solo defensive back davanti a lui e anziché giocarsi qualche yard in più o provare a saltare il difensore si è rifugiato comodamente fuori dal campo, per non parlare poi di quando ha fatto scorrere un tracciante di Newton tra le sue mani che è finito dritto in mezzo ai numeri dei backs di Denver per un intercetto chiave.

«Abbiamo provato molte cose differenti. Sapevamo che i nostri avversari erano i migliori in circolazione l’hanno provato. E noi non eravamo nella nostra miglior giornata». Così l’ha spiegata Mike Shula. Diciamo che non era proprio il giorno giusto per fallire la prova per Carolina.

Peyton Manning, il last rodeo, e una difesa come raramente si è vista, ringraziano e festeggiano…

 

 

SUPERBOWL 2016, CAROLINA... DI POCO

Superbowl number 50….

Manca solo il pronostico, a questo punto.

Abbiamo parlato dei tre uomini da osservare nei Carolina Panthers.

Il grande Adriano Arati ha evidenziato che toccherà a Von Miller, De Marcus Ware e CJ Anderson segnare la via ai Denver Broncos per portare a casa il Vince Lombardi Trophy.

Come detto, nel solco della tradizione introdotta l’anno scorso, occorre svelare il pronostico su chi vincerà la finale del campionato NFL, in programma al Levis Stadium di Santa Clara, poco fuori San Francisco.

Per quanto mi riguarda, la squadra favorita, nonché la vincitrice, sarà quella dei…. Carolina Panthers!

Non di tanto.

Non credo proprio sarà un blow out match. Però, after further consideration, ad un’attenta analisi delle forze in campo, e dopo essermi documentato un minimo, ritengo che i Panthers possano essere i trionfatori del Superbowl edizione 2016.

ATTACCHI SIMILI, FILOSOFIE DIVERSE

Partendo dalla considerazione più elementare: Carolina annovera tra le sue fila l’MVP della stagione, Cam Newton, l’Offensive Player della stagione, Cam Newton e il Coach of the year: Ron Rivera. Non è poco.

Le squadre si equivalgono per caratteristiche e tutto sommato in quelli che sono anche i punti deboli. Carolina e Denver hanno raggiunto il Superbowl numero 50, ancorandosi a una difesa fatta di aggressività, intelligenza e tanto, tanto, talento.

Entrambe le squadre hanno un passing game che, per ragioni filosoficamente differente, è comunque ancillare a un ground game che la fa da padrone.

La differenza?

Carolina corre perché vuole correre. Ogni volta che i Panthers schierano l’attacco hanno potenzialmente due running back in campo: Jonathan Stewart e Cam Newton. Per la difesa è un rebus, perché ovviamente, la read option dell’ex primissima scelta assoluta da Auburn è sempre in agguato e, come abbiamo sottolineato, ogni volta che questo mette giù il testone per iniziare a macinare yarde lo ha fatto con l’idea di andare per il bersaglio grosso. In fondo se viaggi a 4.8 yards a portata (per un totale di 636 in 132 portate – questo in stagione regolare) e segni 10 touchdown (nei play off siamo a 2.4 yards di media per un totale di 50 e 2 touchdown) sei sostanzialmente un running back di ruolo ed un elemento che fa saltare, a piacimento, l’equilibrio tra le linee. Ergo, quando Newton (o l’offensive coordinator Mike Shula) decidono di mettere la palla per aria, lo fanno, ovviamente, per tenere la difesa onesta sulle corse. Poi, con un elemento come Greg Olsen nella posizione di tight end, e l’ex reietto dei Dolphins (ahimè….) Ted Ginn Jr, c’è sufficiente qualità per poter essere pericolosi anche col gioco aereo. Però, per tirare le fila, si corre perché si vuole.

A Denver è il contrario. Si corre perché si deve. Purtroppo, Payton Manning arriva al suo last rodeo, sulle ali spezzate della sua peggior stagione in carriera. L’ottimo Footballoutsiders.com nella sua analisi statistica alla vigilia del Superbowl ha addirittura paragonato Manning a Trent Dilfer (da molti pundits, considerato come il peggior quarterback ad aver mai vinto un Superbowl nella storia dell’NFL). I numeri sembrano sostenere il paragone. In termini assoluti è impensabile, se non offensivo per uno che comunque andrà dritto sparato nella Hall of Fame di Canton Ohio. Eppure, le statistiche segnano in modo indelebile il declino di un grande campione:

Le statistiche di Peyton Manning alla vigilia del Superbowl

Nei play off, per altro, la tendenza è leggermente migliorata allorquando Manning ha riequilibrato le tendenze sugli obiettivi su cui orientare i suoi lanci. L’ottimo Demaryus Thomas (da leggere il racconto della storia sulla relazione tra lui e sua madre, scritta per The Players Tribune) dall’essere l’unico target privilegiato per Manning (e nel periodo in cui Peyton è stato ai box per un infortunio, il suo back up Brock Osweiler ) è stato sostituito da Emmanuel Sanders. Stante l’incapacità strutturale di Manning di innescare efficacemente i tight ends ed i running backs sui passaggi.

Quindi, come per Carolina, anche per i Broncos, andare con continuità da CJ Anderson è pressoché obbligatorio.

Attenzione, la sfida per Stewart e Anderson sarà quella di essere estremamente efficaci in quelle che vengono definite le explosive runs, ossia quelle situazioni in cui occorre ottenere il massimo dalle corse su un raggio estremamente corto di yards da percorrere. Perché? Perché, once again, le statistiche sottolineano che in questo Superbowl, si affrontano due difese estremamente efficaci quando i running backs avversari arrivano al secondo livello nelle loro runs.

LE DIFESE

Il che ci porta a parlare delle difese.

Sono la spina dorsale di entrambe le squadre ed è obiettivamente difficile scegliere chi sia meglio tra il reparto coordinato da un grande ed esperto stratega come Wade Phillips e quello gestito direttamente da Sean McDermott.

Hanno veramente tutto: aggressività, mobilità, concentrazione, capacità di lettura e prevedere i giochi dell’attacco, talento, esperienza, e il body frame giusto per contrastare ogni tipo di attaccante.

I Panthers recuperano Thomas Davis Jr. Lui è la storia “da libro cuore” di questo Superbowl 2016. Giocherà infatti con un braccio fratturato. L’infortunio, occorso nella finale di conference di due settimane fa contro gli Arizona Cardinals, non lo fermerà dal giocarsi il suo primo viaggio alla big dance: «Non me lo perdo il Superbowl». E ti credo! Dopo una carriera costellata da due crociati saltati in carriera, il recupero, una stagione da all pro, non sarà certo una “semplice” frattura a un braccio a fermarlo.

Con Luke Kuechly forma una coppia incredibile per aggressività, fisicità, leadership, e intelligenza sul campo.

La presenza di Davis Jr, non sarà l’unica tra i Panthers. Tutti i giocatori, infatti, in odore di infortunio, hanno recuperato e saranno regolarmente della partita. Tra questi, anche Jared Allen, vera macchina da sack ai tempi dei Minnesota Vikings, fuori per un infortunio al piede, ma che stasera ha l’occasione (lui pure) di una carriera.

Dall’altra parte, siamo sullo stesso, altissimo livello. Derek Wolfe è l’ancora di una linea offensiva notevole. Ma il top i Broncos lo danno con i linebackers e defensive backs. L’accoppiata Von Miller-De Marcus Ware è qualcosa che mette letteralmente paura, e, per eventuali conferme, basta citofonare a Tom Brady cui è stato riservato un trattamento veramente speciale in occasione della finale della AFC.

Nella terza linea spiccano Chris Harris e Aquib Talib, due shut down backs, appartenenti all’élite dell’NFL.

IN DEFINITIVA

Quali saranno quindi, al tirar delle somme, gli elementi che potranno far pendere la bilancia  a favore dell’una o dell’altra squadra nel Superbowl 50?

  • Turn over ratio. Chi perde più palloni, dice ciao alla vittoria finale.
  • Chi metterà pressione sul quarterback avversario. Sulla carta, i Panthers hanno una linea offensiva più stagionata e meno mobile. Ma al tirar delle somme, Cam Newton è stato protetto in modo più che competente fino a questo momento.
  • Chi riuscirà ad arrivare al terzo livello sulle corse. Saranno pochissimi gli errori commessi da entrambe le difese. Un missed tackle, una copertura sbagliata, qualsiasi cosa deve essere sfruttata in modo efficace dall’attacco.
  • Un big play degli special teams. In previsione di un match alquanto bloccato offensivamente, anche un ritorno, un field goal dalla lunga distanza (così come uno sbagliato), possono decretare le sorti del match.

Un fatto è certo, un Malcom Butler che intercetta Russel Wilson sulla linea di scrimmage a pochi secondi dalla fine non credo lo vedremo nuovamente quest’anno…

Detto questo, dico Carolina to win the Superbowl, di quattro/sei punti.

 

DENVER, IL TRIO DEI "NORMALI" PER SPERARE

Denver ed i suoi tre…”normali”

Due uomini dietro, uno davanti.

I Broncos dovranno sperare in prestazioni “nella norma” (ovvero di altissimo livello) da tre dei suoi cardini, per riuscire ad arginare quegli impressionanti macinatori dei Panthers, una formazione che solitamente non colpisce a folate ma semplicemente ti spreme e ti comprime, in attacco e in difesa. Down dopo down.

Il rodeo di Payton Manning è ovviamente l’oggetto più romantico da analizzare, ma se Denver è qui, e può sperare di vincere, lo deve principalmente all’impressionante difesa costruita da Wade Phillips. E i nomi sono due, non proprio a sorpresa, i linebacker Von Miller e DeMarcus Ware.

Il grande predestinato Miller, numero due assoluto proprio dietro a Cam Newton nel 2011, e un veterano con tanto carburante ancora disponibile, Ware, arrivato A Denver dopo un acido addio a Dallas.

I Broncos hanno una grande difesa perché è efficace in ogni parte, e la secondaria con Chris Harris e Aquib Talib è davvero da corsa. Il problema coi Panthers è che i ricevitori non sono così cruciali, e lo sono in maniera non proprio classica. I due cornerback di Denver possono reggere bene l’urto, ma sono anche chiamati ad aiutare contro il bersaglio principale di Newton, il tight end Greg Olsen, e contro le corse e la forza fisica di Carolina. Bisogna intervenire prima, perché se li lasci giocare i Panthers ti macinano. E gli unici due che possono guastare il giochino si chiamano Miller e Ware. Forza, istinto, letture, e nel caso di Miller anche un’esplosività impressionante. Se loro mettono continuamente pressione alla linea di Carolina, seminano la “morte e la distruzione” e magari rifilano colpi pesanti a Newton, allora i Panthers dovranno fermarsi a pensare, e saranno sempre con la testa alle incursioni avversarie.

Se Miller e Ware non sono un problema, allora il problema è per Denver.

L’impressione è che comunque Carolina la sua gara la farà, e Denver per giocarsela dovrà superare una difesa del proprio livello, forse ancora più completa. E, strano a dirlo per una squadra con Manning, Thomas e Sanders, la chiave sono le corse. E un giocatore su tutti, CJ Anderson, con la sua forza verticale. Anderson serve per tenere alta la fisicità, guadagnare yard e down, certo, ma ancora di più per permettere a Manning di divertirsi coi suoi ricevitori.

La forza dei Panthers è nella linea difensiva e nella impressionante selezione di linebacker, che presidiano corse e passaggi come poche volte si è visto. Completi, efficaci, duttili. Se possono fare il loro gioco, rendono impossibile la vita sui lanci e spediscono il quarterback per le terre con una dolorosissima costanza. Se Anderson invece inizia a bucare la linea, e a cercare sia le fughe ma ancora più le puntate centrali, toccherà ai linebacker intervenire. E la secondaria, in 1 contro 1 contro Thomas e Sanders, qualche patema potrebbe averlo. Non è un lavoro simpatico per Anderson. Significa prendere botte e giocare down dopo down sempre al 100%, non potersi tenere per la fuga buona sfruttando l’attenzione ai passaggi. E a ogni modo bisogna riuscire a passare le linee nemiche.

Ma se non ci prova, tanti saluti Denver…

Adriano Arati è giornalista pubblicista, collaboratore de La Gazzetta di Reggio. Grande conoscitore di musica e basket, la sua grande passione è il football NFL, in particolare i New York Giants, la Legion of Boom dei Seattle Seahawks e ogni squadra con un alto tasso delinquenziale… Lo potete trovare su Facebook e su Twitter